CELIACHIA, OVVERO INTOLLERANZA AL GLUTINE


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LA CELIACHIA VISTA DALL’OTTICA NATURALE

(Due punti di vista)

 
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    DEFINIZIONE DI CELIACHIA

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 La celiachia o glutine-enteropatia è una intolleranza alla gliadina, che è una componente alcol-solubile del glutine (insieme di proteine contenute in alcuni specifici cereali e nei loro prodotti derivati). Viene definita in genere come intolleranza permanente a vita, assolutamente non guaribile e non migliorabile.

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Trovo tale valutazione esagerata e dogmatica, oltre che pessimistica, per cui vale la pena di non rassegnarsi alla condizione e a migliorare iil proprio margine di tollerabilità alle sostanze difficili.

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IL TETTO PROTEICO TRA 20 E 30 GRAMMI/GIORNO DI PROTEINE E’ FONDAMENTALE

 

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Il mio concetto parte dal buon senso e anche dalle scoperte e dalle tante conferme che stanno arrivando in continuazione a vantaggio del vegan-crudismo. Lo sforamento dei 20 o 24 o massimo 30 grammi di proteine al giorno, che sono il famoso tetto proteico oltre il quale si va in stato di pericolosa acidificazione del sistema, la dice lunga sulle proteine e sulla giusta dieta degli umani.

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Chi è tuttora legato alla proteinomania, e non ha ancora acquisito tali concetti, farà bene ad aggiornarsi e a rivedere urgentemente i suoi dogmi mentali.

 

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PIU’ PROTEINE METTI IN CIRCOLO E PIU’ BASSI

SONO I TUOI MARGINI DI TOLLERANZA

 

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Uno che si intasa giornalmente di proteine vive in stato di acidificazione cronica, di perenne avvelenamento, e quindi di impregnazione tossica del sangue, con nessun margine di tolleranza ad ulteriori veleni. La cosa mi pare ovvia.

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Il fatto che passando da tali situazioni critiche a diete alleggerite, basso-proteiche e cariche di frutta e verdura tendenzialmente crude, comporti sorprendenti scomparse di allergie e intolleranze, indica che anche la situazione di intolleranza al glutine può subire dei miglioramenti. Se sei già ubriaco di proteine indigeste non puoi pretendere di fare ulteriori aggiunte proteiche a base di glutine, e di non subire pesanti conseguenze.

 

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MEZZO MILIONE DI CELIACI IN ITALIA

 

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Si valuta che una persona su 100 in Italia sia celiaca e che questa sia solo la punta di un iceberg, per cui molti altri soffrirebbero di forme attenuate di intolleranza ai citali cereali, senza nemmeno rendersene conto.

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Chi soffre di problemi intestinali cronici e in particolare del morbo di Crohn, deve necessariamente considerare l’ipotesi celiaca, verificando la presenza o meno di immunoglobuline IgG (dette anti-gliadina) che rappresentano il parametro più sensibile a questo tipo di anomalia. La celiachia non deriva da trasmissione genetica mendeliana ma pare caratterizzata da un certo indice di familiarità.  

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ATROFIA VILLI E MALASSORBIMENTO INTESTINALE

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Il meccanismo patogeno porta a sviluppo di atrofia dei villi intestinali, con sviluppo di citochine (interferone, interleuchina-2, interleuchina-4) che provocano fenomeni di apoptosi (moria cellulare pianificata) e di iperproliferazione cellulare, con ipertrofia delle cripte e aumento dei linfociti intra-epiteliali, con processi infiammatori a danno del duodeno, poi del digiuno prossimale e poi dell’ileo, per cui si instaura un malassorbimento dei cibi e delle microlesioni lungo l’intestino tenue, nonché un appiattimento e una ridotta funzionalità della mucosa intestinale e dei suoi 5.5 milioni di villi.

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IPOTESI SULLE CAUSE ORIGINANTI

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L’igienista australiano Ross Horne sosteneva che la celiachia viene causata spesso in età infantile, quando si pretende di alimentare con cereali e farine di frumento e d’orzo i bambini, prima che il loro intestino si sia completamente formato ed adattato alle alternative del post-svezzamento. Horne notò notevoli miglioramenti su di sé utilizzando la dieta Pritikin, togliendo pane e farinacei, aumentando la crema di avena e soprattutto triplicando la frutta ingerita.

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L’IGIENISMO NATURALE ANNOVERA IMPORTANTI CORRENTI ANTI-CEREALI

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Herbert Shelton, al pari di Hilton Hotema, ed anche di Arnold Ehret, non è molto tenero con cereali e legumi. “Tra tutti i cibi amidacei a disposizione dell’uomo, cereali e legumi sono i meno indicati per l’alimentazione umana”.

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Fa poi eccezione per il riso integrale, preferito a frumento e farro per il suo più basso livello proteico, perché è meno acido-formante, più nutriente, ed in più non lascia tossine e residui lungo il corpo. In ogni caso, aggiunge Shelton, i cereali vanno sempre preceduti da un piatto di insalata cruda, ed in più ci deve essere adeguato corredo di frutta nel corso della giornata.

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FRUTTA IN PREVALENZA E INCLUSIONE DEI CEREALI LEGGERI

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Le mie personali posizioni su questo dualismo “cereali sì-cereali no”, sono che la frutta è sicuramente un alimento superiore. Il problema si pone comunque quando essa non è sufficiente in qualità, quantità e varietà, quando l’apporto calorico stenta a coprire il fabbisogno, specie nel periodo invernale, specie nelle persone sportive, specie nelle persone sottopeso, e ogniqualvolta la quota di vitamine del gruppo B (di cui tutti i cereali integrali sono ricchi) scarseggia.

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UN CELIACO PUO’ COMUNQUE VIVERE IN CONDIZIONI DI FORMA INVIDIABILI

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I celiaci vegani non dovrebbero in alcun modo preoccuparsi. La celiachia non è catalogabile come vera e propria malattia, ma piuttosto come tendenza a non sopportare qualcosa che si chiama glutine concentrato. Un celiaco può stare in forma splendida e divertirsi a tavola quanto vuole, evitando il ristretto gruppo di sostanze vietate. Ci sono tutte le patate a disposizione e tutti i tuberi, oltre che la frutta fresca o secca, i semini ed anche i cereali integrali senza glutine.

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Essere celiaco può essere spesso vantaggioso, visto che si finisce per diventare accurati selezionatori privilegiando scelte dietologiche più attente ed accurate, ed usufruendo pure di maggiori spazi digestivi a vantaggio della frutta e delle verdure crude.

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BASTERA’ EVITARE 5 CEREALI E I LORO SOTTOPRODOTTI

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Dopotutto si tratta di rinunciare a quel tipo di glutine che si trova in 5 tipi di prodotti bene individuati, come il frumento, il farro, l’orzo, la segale, il kamut). L’avena, soprattutto se consumata correttamente a crudo o quasi-crudo come nella crema di avena che spesso propongo, viene agevolmente tollerata. Il riso integrale, il mais, il pop-corn, il grano saraceno, il miglio, l’amaranto o psillo e la quinoa non presentano controindicazioni.

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Idem per i semini vari tipo sesamo, girasole e lino. Si tratterà di evitare il germe di grano. Il frumento, volendo, si potrà germogliare e in quel caso diventerebbe accettabile, Bisognerà stare attenti con farinacei, torte, merendine, paste e pizze (le pizze alla soia vanno invece bene). E si dovranno evitare le bevande all’orzo e le birre.

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UNO STRAORDINARIO LEGUME CHIAMATO LUPINO

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Viene anche incontro il solito lupino, un legume davvero straordinario che dovrà necessariamente essere rivalutato. Utile non solo per i diabetici ma anche ai celiaci. La farina ottenuta dal lupino dà luogo a prodotti gluten-free, capaci di sostituire al meglio le farine vietate. Anche le farine di ceci, di castagne, di tapioca, di pistacchio e di carruba, possono essere usate liberamente, al posto delle farine al glutine.

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Fonte: Valdo Vaccaro  http://valdovaccaro.blogspot.it/

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Cereali, Glutine e Celiachia

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Intolleranza al Glutine

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Per paleodieta una delle considerazioni più importanti è che i cereali ed i loro derivati sono stati introdotti, in quantità importanti, solamente molto tardi nell’alimentazione umana. Il glutine è una proteina contenuta in molti cereali (grano, orzo, segale, avena…) con poche eccezioni (riso, miglio, mais…). Col termine glutine, si indica genericamente un gruppo diverso di proteine. Il “glutine” del grano è quindi diverso dal “glutine” dell’orzo o dell’avena.

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L’intolleranza al glutine, può essere presente in misura più o meno marcata, in persone che non hanno mai considerato che potessero creare problemi al loro corpo con l’assunzione di alimenti che ne contengono. Ricerche recenti mostrano che l’intolleranza al glutine è in aumento, e che spesso questo viene completamente ignorato.

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Celiachia Nascosta:

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Alcune persone hanno una vita caratterizzata da disturbi di varia natura, piccoli dolori o fastidi, e magari nessuno specialista sembra in grado di aiutarli, nonostante l’impegno, le ricerche e la competenza. Esse trascorrono la loro vita avendo un’alimentazione normale come tutte le altre persone.

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Dopo la morte accade poi, magari in seguito ad una autopsia, di rilevare un’intolleranza al glutine che però non si manifestava apertamente, quindi la persona inconsapevolmente continuava nell’assunzione, il che continuava a provocare i disturbi. Si può anche provare ad adottare una dieta che elimini in maniera totale (altrimenti non ha senso), gli alimenti contenenti glutine per qualche mese (il processo è lungo) e vedere cosa succede.

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Alcune persone riportano una serie di benefici già dopo poche settimane. Altrimenti è possibile fare dei test e togliersi il dubbio.  La paleodieta non contempla comunque l’impiego di alimenti contenenti glutine se non in modo occasionale.

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Cenni storici:

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La prima moderna descrizione della celiachia venne fatta da Samuel Gee, un medico inglese. Gee non si considerò come lo scopritore della malattia infatti aveva preso le sue conoscenze riguardo la malattia da alcuni scritti antichi.

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Che cos’è la celiachia: 

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La celiachia è una intolleranza permanente alla gliadina del frumento e alle corrispondenti proteine dette prolamine come l’avena e l’orzo. La celiachia può apparire sia nel bambino sia nell’adulto.

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Nel bambino predomina la steatorrea alla quale si associa la perdita di peso, distensione addominale, segni di deficienze vitaminiche, neuropatie. Nell’adulto invece, la steatorrea e la perdita di peso sono molto lievi, mentre hanno maggior rilievo alcuni segni e sintomi di malnutrizione secondaria.

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Secondo alcuni studi la differenza maggiore tra la persona predisposte alla celiachia e una che non lo è stia nei geni di un sistema particolare chiamato HLA che è molto importante perchè è il sistema che identifica gli agenti esterni che vengono immessi nel corpo.

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Una persona predisposta alla celiachia individua come estraneo il glutine, ma non tutte le persone predisposte alla celiachia sono intolleranti al glutine. Il celiaco, una volta che intraprende una dieta senza glutine, torna a una condizione di salute normale. La celiachia ha due facce: malattia grave se si mantiene una dieta con il glutine, normale condizione se si fa una dieta che non lo prevede.

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Celiachia subsonica o atipica:

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La celiachia può essere atipica in quanto sono presenti dei sintomi extra-intestinali. La celiachia subclinica è più difficile da diagnosticare e se non curata può intaccare la funzionalità di altri organi e apparati. Anche uno solo dei sintomi sotto riportati può essere segnale della celiachia:

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  • anemia resistente alla somministrazione di ferro;

  • alterazione dello smalto dei denti;

  • astenia spesso associata a pressione bassa;

  • diarrea;

  • distensione e dolore addominale;

  • anoressia;

  • nausea;

  • vomito;

  • osteoporosi;

  • osteomalacia;

  • crampi e crisi tetaniche;

  • edemi periferici;

  • disturbi neurologici gravi come neuropatie periferiche, schizofrinia, demenza organica, particolari forme di epilessie associate a calcificazioni endocraniche occipitali;

  • alterazioni dermatologiche come dermatite erpetiforme, fragilità di unghie e capelli, lesioni cutanee.

  • Nella donna: disturbi della sfera sessuale e della fertilità, menarca tardivo, menopausa precose, amenorrea, sterilità, aborti ripetuti, parti prematuri.

  • Nell’uomo: impotenza, alterazioni della mobilità e della morfologia degli spermatozoi.

     

Anche il sovrappeso è una condizione compatibile con la celiachia.

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Celiachia silente e potenziale:

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In assenza di sintomi ma in presenza di alterazioni della mucosa intestinale si parla di celiachia silente. In questo tipo di celiachia l’organismo trova un suo equilibrio nella malattia che però continua ad agire. La celiachia silente non curata può portare gravi patologie in cui il celiaco non risponde più alla dieta priva di glutine e può provocare il linfoma intestinale e tumori. 

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Si parla della celiachia potenziale quando  vengono trovati nel sangue dei marcatori sierologici della celiachia. I soggetti in questione vengono privati del glutine ma sottoposti a controlli periodici per valutare lo stato di avanzamento della malattia.

 

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Diagnosi della celiachia:

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I soggetti che presentano i sintomi della celiachia o quelli che appartengono alle categorie a rischio, sono sottoposti all’analisi degli anticorpi specifici nel sangue. Vengono ricercati:

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  • Anticorpi anti-gliadina (AGA)

  • Anticorpi anti-endomisio (EMA)

  • Anticorpi anti-transglutaminisi (tTG)

Se questi anticorpi sono presenti, si procede a una biopsia intestinale. La biopsia viene ripetuta a circa un anno di dieta senza glutine per controllare l’effetto terapeutico. In caso di dubbio, come ulteriore conferma, si esegue una prova chiamata “Challenge”.

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Si riespone il soggetto per circa 3 mesi al glutine e si esegue la biopsia se la mucosa intestinale si presenta normale si continua con la dieta libera per circa 2 anni quando poi si riesegue una biopsia. Una volta ottenuta la diagnosi di celiachia la persona può ottenere gratis gli alimenti senza glutine per il proprio sostentamento.

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(fonte www.paleodieta.it )

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ALIMENTAZIONE NATURALE IN 10 PASSI


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VEGAN: DA CHE PARTE COMINCIARE?

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LETTERA A VALDO VACCARO

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Illustrissimo dr Vaccaro, mi chiamo Matteo, ho 55 anni ed è da almeno 35 anni che consumo regolarmente tabacco, caffè, alcool, non escludendo sporadicamente analgesici e antibiotici. Volevo chiederle cosa fare, in modo dettagliato, per passare da onnivoro a vegano. In attesa di una sua risposta la saluto cordialmente. Matteo.

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RISPOSTA DI VALDO VACCARO

 

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SIAMO PER UNA NORMALE E RESPONSABILE ALIMENTAZIONE DESTINATA ALL’UOMO

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Ciao Matteo, trovi nel mio blog diverse tesine dedicate all’argomento. Vorrei anche aggiungere una considerazione. Il termine “vegano” non è la parola più adatta. La usiamo tuttora solo perché ci manca un’alternativa sintetica e azzeccata per descriverci meglio.

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Ci chiamiamo vegani per convenzione. Siamo degli esseri umani normalissimi che praticano un modo di vivere, di pensare, di agire e di nutrirsi, secondo determinate regole e determinati criteri di salutismo e di rispetto ambientale. Siamo per un’alimentazione umana, salutista, piacevole, appagante e responsabile.

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DIECI PASSI FONDAMENTALI

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1) Crearsi una cultura alternativa a quella corrente e maggioritaria, fortemente impregnata da ideologie di comodo e di interesse. L’unica scuola al mondo radicalmente alternativa alla medicina e alla “curomania” dilagante, nonché al becero nutrizionismo corrente, è proprio l’igienismo naturale. Ho due libri in circolazione come Alimentazione Naturale Storia dell’Igienismo Naturale, Anima Edizioni – Milano, e penso che ti potrebbero servire. Dovresti anche pescare tra le 1500 tesine del mio blog.

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2) Cambiare al più presto alimentazione, seguendo lo schema vegano tendenzialmente crudista e adattandolo a te stesso, secondo le tue personali tendenze, gusti, necessità, ma sempre rispettandone i principi fondamentali.

 

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Si tratta in breve di massimizzare l’apporto di frutta piazzandola in 5 pasti sazianti (3 colazioni al mattino e 2 merende pomeridiane), trasformando pranzo e cena in buona occasione per un gran piatto di verdure crude come primo, e in un secondo di compromesso coi cibi cotti in modo limitato e intelligente (patate, cavolfiori, cavolini, legumi, cereali integrali, passato di verdure, pasta vegana, pizza vegana). 

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3) Già il semplice cambio di alimentazione dovrebbe generare degli effetti eliminativi, ovvero degli effetti temporanei fastidiosi, derivanti dal lavoro detossificante intrapreso dal sistema immunitario, liberato dalle leucocitosi digestive del passato e dunque più reattivo sul campo suo specifico. Occorre prepararsi a questo e saper resistere nella fase iniziale.

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4) C’è il rischio che il corpo, non abituato più alla frutta e alla verdura crude, abbia qualche difficoltà iniziale di adattamento. Occorre in questo caso procedere per gradi. Sarebbe il caso anche di fare un digiuno fai-da-te di 3 giorni circa per ripulire il sistema ed evitare che i nuovi cibi producano gonfiori ed irritazioni, al contatto con vecchi residui in zona intestinale. Partire però subito con un digiuno sarebbe forse un po’ troppo pesante. Meglio in caso unasettimana a centrifugati di tuberi (carote-sedano-mele, rape-carote-mele, sedano-rapa-topinambur-patata- zenzero, ecc).

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5) In ogni caso vietato l’uso di farmaci e integratori.

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6) Siamo in presenza non di una dieta ma di un sistema alimentare e comportamentale commisurato al corpo umano, per come è fatto e disegnato, e per quali sono le sue reali esigenze di salute e di armonia. Un sistema basato sui cibi al naturale e sul basso-proteico, in ossequio a principi che l’igienismo conosce da sempre, ma che ora persino le autorità mediche cominciano a riconoscere (vedi 24-30 grammi/giorno come tetto massimo proteico oltre il quale il sangue va in acidificazione).

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7) Tieni presente che la frutta va mangiata da sola senza fare troppe mescole. Succo d’arancia meglio a digiuno da solo. Meloni e angurie rigorosamente da soli e lontano dai pasti di pranzo e cena. Tutta la frutta lontano da pranzo e cena, anche se per mela, ananas e papaia si possono accettare prima-durante-dopo il pranzo e la cena, per le loro doti antifermentanti.

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8 ) Altro principio importante, in caso di più pietanze a tavola, prima quelle a rapida digestione, poi quelle a medio tempo di digestione e infine quelle a tempi lunghi. La frutta (escluso banana e avocado che richiedono un paio d’ore), se consumata correttamente a stomaco vuoto, finisce nel sangue in mezz’ora. Ma non si mangia comunque ai pasti principali, anche per evitare che porti via spazio all’insalata. Pertanto, a pranzo e cena, importante rimane anticipare qualsiasi piatto di cibo cotto con un piatto di crudità (d’inverno si tratterà di cicorie, carciofi, finocchi, carote, rafano, rape, valeriana, sedano, ecc).

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9) Non si beve a tavola, se non mezzo bicchiere di acqua al massimo.

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10) Non mi resta che darti il benvenuto nella comunità umana che ha scelto un’alimentazione sana, responsabile verso se stessa e l’ambiente, non crudele verso le altre creature animali.

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A presto. Valdo Vaccaro.

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PUBBLICATO DA VALDO VACCARO  http://valdovaccaro.blogspot.it/

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TUTTA LA VERITA’ SUL LATTE VACCINO


TUTTE LE BUGIE  SUL LATTE VACCINO 

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Tutte le strade portano al macello

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Un luogo comune vuole che chi non mangia carne ma solo derivati animali, come latte e uova, non contribuisca all’uccisione degli animali. Non è così. La strada verso il macello per le mucche ”da carne” è breve (2-3 anni); quella delle mucche ”da latte” si allunga un po’ (5-6 anni), ma porta ugualmente al macello. E dopo sofferenze atroci.

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Bere latte vaccino o mangiare formaggio, con o senza caglio animale, significa causare la macellazione dei vitelli, che la mucca viene costretta a partorire, per poter produrre latte.

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Non c’è nulla di ”naturale” nella produzione di latte vaccino e nel suo consumo da parte nostra: le madri producono questa secrezione mammaria per nutrire i propri vitelli. L’allevatore si intromette in questo ciclo naturale e lo sconvolge in modo drammatico.

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La ”via lattea” è costellata di sofferenze

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La mucca destinata alla produzione di latte subisce innumerevoli violenze. Innanzitutto, viene ingravidata con l’inseminazione artificiale per consentire all’allevatore di programmare la mungitura. La lattazione e quindi la produzione è possibile infatti solo dopo la nascita del vitello, che viene separato dalla mucca subito dopo il parto. La madre lo cercherà invano per giorni.

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Suo figlio, costretto ad una alimentazione artificiale, se maschio verrà macellato entro pochi mesi (per produrre la ”vitella da latte”), se femmina trascorrerà alcuni anni, imprigionata in un allevamento, a figliare per produrre latte. In ogni caso, tutti questi animali sono destinati al macello.

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 Il regime di sfruttamento delle mucche è molto pesante

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Dopo il parto, la mucca ”da latte” produce latte per circa dieci mesi. Negli allevamenti, però, viene nuovamente fecondata ancor prima che la lattazione finisca, per la massima continuità della mungitura. Il regime di sfruttamento è molto pesante: dopo quattro-cinque cicli di lattazione con relativi parti di vitelli, la mucca comincia a perdere ”produttività” a causa di malattie come le mastiti, indotte dalla mungitura continua, quasi sempre meccanica, o semplicemente per l’eccessivo sfruttamento.

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Le mucche “da latte” finiscono negli hamburger di McDonald’s 

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 Per l’allevatore è quindi più redditizio mandarla al macello e venderne la carne, sostituendola con un animale più giovane ed ”efficiente”. Così, una mucca che in natura potrebbe vivere fino a quarant’anni, chiusa in un allevamento o in una fattoria biologica viene uccisa dopo pochi anni di sfruttamento.

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Essendo relativamente a buon mercato e di produzione nazionale, le mucche ”da latte” forniscono molta della carne che troviamo nelle macellerie italiane, e negli hamburger di McDonald’s.

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Pelle, collagene, gelatina, ossa, corna, unghie, sangue…

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L’indotto legato alla macellazione dei bovini è vasto: la pelle è utilizzata per confezionare scarpe, vestiti, arredi; il collagene viene impiegato dall’industria cosmetica; la gelatina è usata nella produzione di pellicole fotografiche; con le ossa sono realizzati filtri; gli ”scarti” (corna, unghie, sangue…) diventano concime.

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In India, dove molte persone sono vegetariane, e quindi non mangiano carne ma consumano molto latte, i vitelli sono spesso considerati scarti e finiscono uccisi in fosse comuni. Un po’ quello che accade in Italia con i bufalini maschi (lo scarto della produzione di mozzarella di bufala) o ancora con i pulcini maschi delle galline ovaiole.

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Il processo produttivo non risparmia nessuno, in nessuna parte del mondo. Solo la scelta vegan può portare un cambiamento per gli animali. Il consumo di derivati animali, latte e uova non risparmia la vita di nessun animale di ogni specie: mucche, capre, pecore, bufale, galline…

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La pubblicità inganna

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Nell’immaginario della maggior parte dei consumatori, i bovini vivono su pascoli felici, donandoci con piacere il loro latte. Si tratta di una fantasiosa costruzione pubblicitaria: nel mondo reale, nessun allevatore – neppure in un allevamento biologico – potrebbe permettersi il mantenimento delle mucche, quando diminuisce o cessa la loro produzione di latte.

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Tantomeno potrebbe evitare di uccidere i vitelli maschi, fatti nascere unicamente allo scopo di forzare le mucche a produrre latte. Per mantenere un numero così grande di ”capi improduttivi” occorrerebbero infatti estensioni di terreno e quantità di risorse tali da rendere fallimentare qualsiasi tipo di allevamento.

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Dove vanno a finire le grosse quantità di antibiotici e di ormoni somministrate alle mucche? nel latte che beviamo e nelle carni che mangiamo.

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Le mucche sono quasi sempre munte meccanicamente anche nei piccoli allevamenti. Questa pratica causa dolorose infezioni agli animali e gli allevatori somministrano loro grosse quantità di antibiociti per cercare di arginare il problema. Non riuscendo ad evitare la formazione di pus che inevitabilmente in parte finisce nel latte.

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Il latte vaccino è necessario… ai vitelli

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Solo l’uomo beve il latte di un’altra specie, e solo l’uomo continua a bere latte anche dopo lo svezzamento

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In natura, nessun animale beve il latte di un’altra specie, né, una volta svezzato, continua a bere quello materno. Non stupisce, quindi, che molte persone siano intolleranti al latte vaccino. L’industria alimentare, per vendere, commercia tipi di latte modificati ”per ogni esigenza”, compreso un latte per chi è intollerante.

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La verità è che una dieta equilibrata, a base vegetale, fornisce tutto ciò di cui ha bisogno il nostro organismo. La ricerca biomedica, inoltre, mostra come l’assunzione di latte e latticini sia collegata a diverse patologie: diabete, artrite, tumori, otiti, infiammazioni delle mucose e delle vie respiratorie.

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Vegan è meglio per tutti

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È facile evitare il latte animale: esistono prodotti vegetali buoni, sani e nutrienti, che lo sostituiscono egregiamente anche nelle ricette (sul sito www.vegan3000.info ne troviamo moltissime). Nei negozi di prodotti naturali e nei supermercati troviamo il latte di soia, di mandorle, di avena o riso, yogurt, panna e gelati di soia o riso, oltre al tofu (conosciuto come ”formaggio di soia”) che, in crema o panetti, si può cucinare in mille maniere.

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Morte chiama morte

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La produzione di latte animale significa sfruttamento e morte non solo per gli animali, ma anche per la Terra. Gli escrementi bovini inquinano terreni e falde acquifere; i gas biologici prodotti dai bovini inquinano l’aria. Il grande consumo di energia, acqua e vegetali per mantenerli riduce significativamente la disponibilità di risorse.

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Le industrie che ruotano intorno al macello, in modo particolare quella della concia della pelle, sono fra le più inquinanti. Stiamo pagando un prezzo altissimo per ottenere dal latte animale quello che è possibile ricevere direttamente dai vegetali. Senza rinunciare al gusto e al nutrimento.

 

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Le mucche “da latte” e i vitelli finiscono tutti al macello

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Tutti gli animali sono esseri senzienti

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Noi trattiamo in modo diverso gli animali a seconda della cultura del paese in cui viviamo. In Europa, abbiamo eletto cani e gatti ad animali ”d’affezione” da proteggere e non uccidere, e preserviamo dall’estinzione alcune specie selvatiche.

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Viceversa, ne abbiamo selezionati altri per essere allevati, sfruttati e uccisi. Non è incoerente questo atteggiamento? Gli animali sono tutti senzienti, capaci di soffrire e gioire.

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Anche le strade del latte di capra, pecora e bufala… portano al macello.

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Sono sempre più numerose, in tutto il mondo, le associazioni di nutrizionisti e medici che promuovono la dieta vegana: tra queste, in Italia, la Società Scientifica di Nutrizione Vegetariana Onlus (www.scienzavegetariana.it) e negli Stati Uniti il Physicians Committee for Responsible Medicine (www.pcrm.org).

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Non c’è latte senza carne!

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 La richiesta di latte di mucca incentiva inevitabilmente la produzione di carne

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I luoghi comuni da sfatare

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  1. La mucca ”da latte” non viene uccisa.

     
  2. Se la mucca non viene munta, soffre e rischia di morire. Se non lo consumassimo noi, il latte verrebbe buttato via.

     
  3. Il latte di mucca è indispensabile per la crescita e nutriente per gli adulti.

     
  4. L’unica buona fonte di calcio è il latte di mucca.

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    I luoghi comuni sfatati 

     

  1. La mucca ”da latte”, viene macellata, dopo pochi anni di vita, quando comincia a rendere meno e per l’allevatore diventa più redditizio sostituirla con un animale più giovane. I vitellini che è costretta a partorire finiscono anch’essi al macello.

     
  2. La mucca, come tutti i mammiferi, produce latte per i suoi figli, senza eccedenze, e smette di produrlo quando questi terminano lo svezzamento. Senza l’intervento umano, le mucche seguirebbero il proprio ciclo biologico.

     
  3. Milioni di persone in tutto il mondo, bambini e adulti, fra cui anche atleti, sono vegani. Per gli umani è bene alimentarsi con il latte materno fino allo svezzamento (possibilmente fino ai due anni di vita), dopodiché una dieta equilibrata a base vegetale fornisce tutti i nutrienti necessari. Lo ha affermato nel suo Position Paper l’American Dietetic Association, la più prestigiosa associazione di nutrizionisti americana.

     
  4. Il calcio è presente in molti vegetali; ne sono ottime fonti, fra l’altro le verdure a foglia verde (rucola, spinaci, bietola…), le crocifere (cavolfiore, cavoli, broccoli…), i legumi (soia, ceci, fagioli…), la frutta secca (mandorle, fichi, nocciole…) e alcune acque minerali.

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    Alcuni dati

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  • Il 60% della produzione mondiale di soia viene usato per nutrire gli animali. Così, attraverso i mangimi, la soia, in gran parte geneticamente modificata, entra nella catena alimentare umana e inevitabilmente viene consumata da chi mangia carne, latte e derivati.

     
  • 95.000: gli allevamenti con mucche ”da latte” in Italia nel 1999 (1)

     
  • 2.065.000: le mucche ”da latte” detenute negli allevamenti italiani nel 2000 (2)

     
  • 386.000: i vitelli italiani di meno di un anno destinati al macello nel 2001 (3)

     
  • 86.872.000: i litri di latte prodotti in Italia nel 1998 (4)

     
  • 643.963: le mucche macellate in Italia nel 2000 (5)

     
  • 13 miliardi di euro: i contributi annui EU per la zootecnia italiana (6)

     
  • 260 euro: le tasse annue che ogni cittadino EU paga per sostenere la zootecnia (7)

     
  • 12,4 miliardi di euro: il fatturato delle industrie lattiero-casearie italiane (8)

     
  • Oltre un miliardo di euro: il fatturato annuo del Gruppo Cremonini (Modena), primo produttore di hamburger in Europa, che fornisce circa 24 mila tonnellate di hamburger – carne di mucca da latte – a McDonald’s (9)

     
  • 3,8 miliardi di euro: il 58% del fatturato del Gruppo Parmalat (Milano), primo produttore di latte nel mondo, derivante da latte e latticini (10)

     

(1) (2) (3) (4) (5) dati ISTAT.
(6) (7) (8) E. Moriconi, ”Le fabbriche degli animali”, 2001, Cosmopolis, Torino.
(9) (10) Centro nuovo modello di sviluppo, ”Guida al consumo critico”, 2002 Sermis, Bologna. Fonte: www.viverevegan.org

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Il latte “biologico”

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Il termine “biologico” indica solamente un tipo di agricoltura praticata senza l’uso di sostanze chimiche; non costituisce una garanzia né per i vegani né per gli animali. Chi compra uova o latte o carni biologiche contribuisce comunque all’uccisione di animali. 

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Agli animali poco importa se vengono ospitati in una fattoria di prodotti biologici se i “prodotti” sono loro stessi. Anche in una fattoria biologica esiste lo sfruttamento e l’uccisione degli animali. 

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Sarebbe impensabile mantenere a vita tutti i vitelli nati dalle mucche per avviare la produzione del latte. I vitelli occuperebbero una quantita’ di terreno enorme e “sfrutterebbero” il suolo per la durata di tutta la loro vita. Quanto verrebbe a costare il latte prodotto così? 

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Non c’è scampo: bere latte (anche biologico) significa mandare i vitelli al macello. Lo stesso vale per le uova: i pulcini maschi vengono comunque uccisi perche’ inutili alla produzione, e le galline divenute improduttive vengono macellate. 

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Lo sfruttamento degli animali è eticamente inaccettabile

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«Le grandi industrie di sfruttamento animale utilizzano miliardi di animali. […] Tutto questo è eticamente inaccettabile una volta riconosciuti i loro diritti morali. Tutto questo diventa qualcosa che deve necessariamente cessare e non qualcosa che va semplicemente reso più “umano”. Il compito che gli attivisti per i diritti animali devono fronteggiare è enorme: dobbiamo svuotare le gabbie, non renderle più grandi»
Tratto da “Gabbie vuote” di Tom Regan (2004)

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Fonte:   http://www.vegetariani-roma.it/

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2 Comments

  • Narciso scrive:
    7 settembre 2012 alle 08:45

    Ciao Sebastiano,
    mi chiedo perché queste notizie non vengano pubblicate nelle scuole?
    Penso al macellaio grosso gordo e soddisfatto dietro al suo bancone di macello!
    Grazie e buona diffusione.

    • Sebastiano Tringali scrive:
      7 settembre 2012 alle 10:46  

      @ Narciso,
      Me lo chiedo pure io. Perchè non si insegna a mangiare sano fin dalle elementari? Prima non c’era conoscenza sui nutrienti necessari al corpo, ognuno mangiava secondo le sue possibilità finanziarie. Oggi il mondo si è avviato verso il consumo di cibi industriali altamente sofisticati, saporiti, salati e aromatizzati. Adesso importa il profitto, non la salute, il business è in cima agli interessi della società moderna. La nostra salute vale meno che zero. E la cosa peggiore è che siamo lo stesso popolo danneggiato, i maggiori paladini del cibo-spazzatura. Ma diamo tempo al tempo, ed ad Internet come mezzo di diffusione gratuito della conoscenza. Ciao, Sebastiano.

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