BUDDISMO: IL RETTO SFORZO – 1


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LEZIONE SESTA: Il ‘retto sforzo’ (prima parte)

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Abbiamo visto che il retto sforzo consiste in quattro tipi di ‘impegni’: impedire il sorgere di condizioni negative quando ancora non sono sorte, l’impegnarsi a distruggere quelle già sorte, il desiderare che sorgano condizioni positive e l’applicarsi affinchè le condizioni positive già sorte non vengano tracurate, bensì coltivate e maturate.
Oggi parleremo del primo di questi impegni.

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Quando si parla di condizioni negative a cosa ci si riferisce? L’abbiamo visto nella scorsa lezione: sono i cinque impedimenti: desiderio sensuale, malevolenza, pigrizia, agitazione/preoccupazione, dubbio.
Riprendiamo la nostra lettura del testo di Bhikkhu Bodhi:

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Lo sforzo può bloccare gli impedimenti

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“Lo sforzo per tenere in scacco gli impedimenti è necessario sia all’inizio sia nell’intero sviluppo della pratica meditativa. Gli impedimenti distraggono infatti l’attenzione e oscurano la consapevolezza, a scapito della calma e della chiarezza. Gli impedimenti […] sono prodotti dell’attivazione di tendenze normalmente sopite nelle profondità del continuum mentale, in attesa dell’occasione per salire in superficie. Di solito, vengono innescati da un qualunque stimolo sensoriale. […] Ove la mente apprenda l’informazione senza un’adeguata attenzione, con discernimento non abile, lo stimolo sensoriale tenderà a instaurare una risposta non salutare. […] L’inquinante evocato corrisponde all’oggetto: oggetti gradevoli suscitano desiderio, oggetti sgradevoli avversione, oggetti indeterminati illusione. […] Per impedire l’insorgere degli inquinanti latenti occorre evidentemente esercitare una forma di controllo sui sensi. […]

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Come controllare i sensi

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«Percependo con l’occhio una forma, con l’orecchio un suono, col naso un odore, con la lingua un gusto, col corpo un contatto, con la mente un oggetto mentale, egli non ne ricerca né l’insieme né i particolari. Ed è sollecito a evitare ciò per cui avidità, turbamento e altri stati non salutari sorgerebbero se egli permanesse con sensi incontrollati; perciò veglia sui propri sensi e li controlla» (Buddha).

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Controllo dei sensi non significa negazione dei sensi, non significa ritrarsi totalmente dal mondo sensoriale. Cosa impossibile ma, se anche fosse possibile, non risolverebbe il vero problema, in quanto le contaminazioni sorgono nella mente, non nell’organo sensoriale e tanto meno appartengono all’oggetto.

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La pratica del controllo dei sensi

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La chiave della pratica è indicata nelle parole «non ne ricerca né l’insieme né i particolari». L’insieme è l’apparenza generale dell’oggetto su cui viene costruito il pensiero inquinato; i particolari sono le caratteristiche secondarie. In mancanza di controllo sensoriale, la mente vaga a casaccio nel campo del sensibile. Dapprima si afferra all’insieme, mettendo così in moto gli inquinanti, quindi si lascia affascinare dai particolari, consentendo agli inquinanti di moltiplicarsi e prosperare.

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Il controllo dei sensi richiede di applicare ai processi sensoriali la consapevolezza e la chiara comprensione. La coscienza sensoriale procede per momenti successivi, in una sequenza di atti cognitivi aventi ciascuno un proprio speciale compito. I momenti iniziali sono funzioni automatiche: la mente contatta l’oggetto, lo apprende, lo accoglie, lo esamina e lo identifica. Immediatamente dopo l’identificazione si apre lo spazio per la valutazione, che trapassa nella scelta della reazione.

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La consapevolezza come guida

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In assenza di consapevolezza, gli inquinanti latenti che sono in attesa di un’opportunità di salire alla superficie, innescheranno una valutazione erronea. […] Invece, sotto il fuoco della consapevolezza, il processo valutativo viene troncato sul nascere prima che possa stimolare gli inquinanti latenti. La consapevolezza li «tiene in scacco» mantenendo la mente a livello della nuda percezione sensoriale. Essa fissa l’attenzione sul semplice dato, impedendo alla mente di caricarlo di concetti radicati nel desiderio, nell’avversione e nell’illusione. Con la chiara consapevolezza come guida, la mente può continuare a conoscere l’oggetto nella sua realtà senza essere fuorviata”.

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Fonte: www.lameditazionecomevia.it

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Sebastiano

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BUDDHISMO: I CINQUE IMPEDIMENTI


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Quinta lezione: i cinque impedimenti

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Ostacoli alla Meditazione

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Prima di esaminare il ‘retto sforzo’, soffermiamoci su quelli che vengono chiamati – nella tradizione buddhista – ‘i cinque impedimenti’. Essi sono gli ostacoli che ostruiscono il cammino di crescita all’interno dell’ottuplice sentiero. Ciò che impediscono soprattutto è la consona disposizione della mente alla concentrazione.

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Sono: il desiderio sensuale, la malevolenza, la pigrizia, l’agitazione/preoccupazione, il dubbio. Questi inquinanti invadono la mente, facendola deviare dalla sua calma concentrata e dalla visione profonda.

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I tre mali radicali

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I tre mali radicali (avidità, avversione, illusione), radici di tutto ciò che vi è di negativo nell’uomo, sono espressi da questi impedimenti. L’avidità è espressa dal desiderio sensuale; la malevolenza dall’avversione; la pigrizia, l’agitazione/preoccupazione e il dubbio sono conclusione dell’illusione (intesa come prendere per vero e giusto ciò che non lo è).

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Il desiderio sensuale

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Il desiderio sensuale. Non è, come qualcuno potrebbe pensare, il desiderio sessuale. È la cupidigia, diretta a tutto ciò che è oggetto dei nostri sensi: ciò che ci è piacevole agli occhi, alle orecchie, al tatto, ecc. È cioè la brama: brama dei sensi, brama per il potere, brama per la posizione sociale, per la ricchezza, …

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Malevolenza e Pigrizia

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La malevolenza. È sinonimo di avversione: odio, ira, risentimento… verso gli altri, certi oggetti, certe situazioni o se stessi.

Pigrizia. È l’inerzia mentale, il ricadere continuamente nel nostro stato ottenebrante di sonno.

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Ansia, dubbi e preoccupazioni

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Agitazione/preoccupazione. È tutto ciò che produce lo stato ansioso. L’agitazione si esprime in quella forma di irrequietezza che conduce la mente di pensiero in pensiero, in modo quasi smanioso. La preoccupazione è prodotta dal rimorso per errori passati o dal timore per il futuro.

Dubbio. Non si tratta del giusto uso della facoltà critica, bensì della cronica incapacità di decidersi nella pratica spirituale.

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Fonte www.lameditazionecomevia.it

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Sebastiano

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BUDDHISMO: LA RETTA PAROLA


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QUARTA LEZIONE: LA “RETTA PAROLA”

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All’interno dell’ottuplice sentiero vi sono tre stadi che si riferiscono al comportamento etico. Essi sono il terzo, il quarto e il quinto: retta parola, retta azione, retti mezzi di sussistenza.
Ci siamo concentrati in questa lezione sulla retta parola. Abbiamo letto alcuni brani da “Il nobile ottuplice sentiero” di Bhikkhu Bodhi, un monaco buddhista di origine americana.

Vi sono “quattro tipi di retta parola: astensione da parola falsa, astensione da parola divisiva, astensione da parola aspra e astensione da parola oziosa”.

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1) Astensione da parola falsa


«Ecco, uno evita la falsa parola e si astiene da essa. Egli dice la verità, è devoto alla verità, affidabile, meritevole di fiducia, non ingannatore degli uomini. In un’assemblea, tra molti uomini, tra parenti e congiunti, in compagnia, alla corte del re, chiamato a dare testimonianza di ciò che sa, non sapendo risponde: ‘Non so’, sapendo risponde ‘So’; non avendo visto risponde: ‘Non ho visto’, avendo visto risponde ‘Ho visto’. Egli non mente deliberatamente, né per proprio vantaggio, né per vantaggio altrui, né per un vantaggio quale che sia».

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Così commenta il nostro autore queste parole del Buddha: “Dire il vero mette in armonia il nostro atteggiamento interiore con la vera natura dei fenomeni, consentendo alla saggezza di sorgere e sondare la verità delle cose. Quindi, più ancora che un principio etico, la devozione alla parola verace si fonda sull’essere radicati nella realtà invece che nell’illusione, nella verità afferrata con la saggezza invece che nelle fantasie ordite dal desiderio”.

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2) Astensione da parola divisiva

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«Ecco, uno evita la parola divisiva e si astiene da essa. Ciò che ha udito qui non ripete là per causare discordia; ciò che ha udito là non ripete qui per causare discordia. Così rende concordi coloro che sono divisi, e coloro che già sono concordi incoraggia. La concordia lo rallegra, nella concordia si diletta, e con la parola egli diffonde concordia».

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Il commento di Bhikkhu Bodhi: “Divisiva, o calunniosa, è quella parola tesa a creare discordia e frattura, provocando spaccature tra individui e gruppi. Il motivo nascosto dietro la parola calunniosa è in genere l’invidia, il risentimento suscitato dalla rivalità, associato al desiderio di demolire l’immagine dell’avversario con lo strumento della denigrazione verbale. Altri fattori motivanti possono essere la volontà crudele di ferire, il tentativo di guadagnarsi proditoriamente stima e simpatie, o il piacere perverso di portare discordia là dove c’è amicizia. […] Il comportamento opposto, insegna il Buddha, è la parola che costruisce amicizia e armonia, che sgorga da una mente animata da amorevolezza ed empatia”.

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3) Astensione da parola aspra

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«Ecco, uno evita la parola aspra e si astiene da essa. Egli dice parole cortesi, piacevoli a udirsi, amabili; parole che giungono al cuore, dilettevoli, amichevoli e piacevoli a tutti».

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Bhikkhu Bodhi: “Il linguaggio aspro, il linguaggio ingiurioso, radica nell’ira e intende provocare dolore in chi ascolta. […] Responsabile della parola aspra è l’avversione, che si manifesta come ira e rabbia. […] L’antidoto giusto è la pazienza: sopportare biasimo e critiche, simpatizzare con i difetti altrui, rispettare la diversità di vedute, sopportare le ingiurie senza sentirsi in dovere di replicare per rappresaglia.

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Il Buddha consiglia la pazienza anche nelle prove più dure: «Se anche, o monaci, ladri e assassini vi segassero gli arti e le giunture, chi desse via all’ira, costui non seguirebbe il mio insegnamento. Riflettete invece così: ‘La mia mente rimarrà imperturbata, colma d’amore e libera da celato astio; e costoro io irraggerò di pensieri d’amore, vasti, profondi, infiniti, liberi da ira e da odio’»”.

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4) Astensione da parola oziosa

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«Ecco, uno evita le parole oziose e si astiene da esse. Egli parla al momento giusto, in accordo coi fatti, parola di cose salutari, parla del Dharma [l’insegnamento buddhista] e della disciplina; le sue parole sono un prezioso tesoro, pronunciate al momento giusto, ragionevoli, misurate e assennate».

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Così commenta Bhikkhu Bodhi: “Con ‘parola oziosa’ si intendono i discorsi vuoti, le chiacchiere vane, il cicaleccio superficiale. Parole che non comunicano niente di significativo, ma ottengono soltanto di agitare ed eccitare senza costrutto la mente propria ed altrui. […] Nel caso del monaco, a cui è specialmente indirizzato il passo citato, egli è tenuto a pesare le parole e a comunicare soprattutto il Dharma.

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I laici avranno ovviamente maggiore necessità di conversazioni affettuose e piacevoli, in famiglia e con gli amici, oltre alle discussioni richieste dall’ambiente di lavoro. L’invito è comunque a mantenere la consapevolezza, perchè la conversazione non si smarrisca in pascoli in cui la mente eccitata, sempre a caccia di cibi dolci o piccanti, trovi il modo di indulgere alle sue abitudini dispersive”.

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Fonte: www.lameditazionecomevia.it

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Sebastiano.

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BUDDHISMO: L’OTTUPLICE SENTIERO


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La Ruota dell’Ottuplice Sentiero

LA VIA CHE CONDUCE ALLA CESSAZIONE DEL DOLORE

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Seconda lezione: l’ottuplice sentiero (1)

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Abbandoniamo per ora il ‘Il discorso sulla messa in moto della Ruota della Dharma’ e concentriamoci per un paio di lezioni sulla quarta nobile verità e cioè sull’ottuplice sentiero.
Prendiamo allora in mano un altro discorso del Buddha (il n. 22 della Digha Nikaya). Qui sono spiegati con maggiore precisione i significati delle otto ‘membra’ del sentiero buddhista.

Leggiamo allora un brano tratto da questo testo:

“E quale è, o monaci, la Nobile Verità del Cammino che conduce alla Cessazione della Sofferenza?
Essa è il Nobile Ottuplice Cammino, cioè Retta Visione, Retta Risoluzione, Retta Parola, Retta Azione, Retti Mezzi di sussistenza, Retto Sforzo, Retta Consapevolezza, Retta Concentrazione.

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La Retta Comprensione

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E cosa è, o monaci, la Retta Visione [altrimenti detta Retta Comprensione]? Comprendere la sofferenza, comprendere l’origine della sofferenza, comprendere la cessazione della sofferenza, comprendere il cammino che conduce alla cessazione della sofferenza: questa è la Retta Visione.

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Retto Pensiero

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E cosa è la Retta Risoluzione [altrimenti detto Retto Pensiero]? Pensieri liberi da bramosie, pensieri liberi da malevolenza, pensieri liberi da crudeltà: questo è la Retta Risoluzione.

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Retta Parola

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E che cosa è la Retta Parola? Astenersi dal mentire, dal calunniare, dal parlare aspramente, dal parlare di cose futili: questa è la Retta Parola.

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Retta Azione

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E cosa è la Retta Azione? Astenersi dal togliere la vita, astenersi dal prendere ciò che non ci vien dato, astenersi da eccessi sensuali: questa è la Retta Azione.

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Retta Vita

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E cosa sono i Retti Mezzi di sussistenza [altrimenti detta Retta Vita]? Quando il discepolo abbandona un modo di guadagnarsi la vita che non è confacente e ottiene sostentamento in modo confacente e corretto: questi sono i Retti Mezzi di sussistenza.

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Retto Sforzo

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E cosa è il Retto Sforzo? Qui un monaco avanza il desiderio, fa uno sforzo, comincia una lotta, applica la mente, obbliga la mente ad impedire il sorgere di cattive e malsane condizioni non ancora sorte. In quanto alle cattive e malsane condizioni che erano già sorte, egli mette tutto l’impegno per distruggerle. Per le condizioni buone e profittevoli che non sono ancora sorte, egli pone intenso desiderio affinché sorgano. Per le condizioni profittevoli che sono già sorte egli pone desiderio, fa uno sforzo, comincia una lotta, applica la mente, obbliga lo sua mente per la loro continuazione, per non trascurarle, per aumentarle, per coltivarle, per portarle a maturazione. Questo è il Retto Sforzo”.

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Commento

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Questo testo non ha bisogno di commenti particolari. Notiamo solo che la Retta Visione consiste nel comprendere pienamente il senso delle Quattro Nobili Verità (esistenza del dolore, causa del dolore, fine del dolore, via che conduce ad essa).
E notiamo infine l’impegno a cui è chiamato il praticante soprattutto nel Retto Sforzo: le condizioni mentali negative già sorte, egli si impegna ad eliminarle. Le condizioni mentali positive già sorte, egli si impegna a coltivarle. Le condizioni mentali negative non ancora sorte, egli si impegna a impedire che nascano in lui. Le condizioni mentali positive non ancora sorte, egli si impegna – mediante un intenso desiderio – a propiziarsele.

Il praticante è attento al proprio ‘giardino’ mentale: coltiva ciò che è positivo e estirpa le erbacce attraverso l’osservazione benevolente, distaccata e distesa dei pensieri negativi al loro sorgere.

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Terza lezione: l’ottuplice sentiero (2)

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Concludiamo la lettura delle ‘regole’ dell’ottuplice sentiero, così come ci sono presentate dal discorso n. 22 della Digha Nikaya.

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Retta Consapevolezza

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“E che cosa è lo Retta Consapevolezza [altrimenti detta Retta Attenzione]? Qui il monaco dimora praticando lo contemplazione del corpo nel corpo – praticando la contemplazione delle sensazioni nelle sensazioni – praticando la contemplazione della mente nella mente – praticando la contemplazione delle formazioni mentali nelle formazioni mentali, ardentemente, comprendendo chiaramente e attentamente, dopo aver superato le bramosie e le ambizioni del mondo: questa è la retta Consapevolezza.

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Retta Meditazione

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primo assorbimento

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E che cosa è la Retta Concentrazione [altrimenti detta Retta Meditazione]? Qui un monaco distaccato dalle cose sensibili, distaccato dalle cose malsane, entra nel primo assorbimento (Jhana), nato da distacco, accompagnato da pensieri concettuali e da pensieri discorsivi e si riempie di rapimento e di gioia.

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secondo assorbimento

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Dopo aver superato i pensieri concettuali e discorsivi, guadagnando tranquillità interiore e unificazione della mente egli entra in un secondo assorbimento libero da pensieri, nato da Concentrazione e si riempie di rapimento e di gioia.

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terzo assorbimento

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Dopo aver eliminato lo stato di rapimento, egli dimora equanime, attento, chiaramente cosciente ed esperimenta personalmente quella sensazione di cui i saggi dicono «Felice è l’uomo equanime ed attento »; questo è il terzo assorbimento.

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quarto assorbimento

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Infine abbandonando la gioia e il dolore, e superando le condizioni anteriori di felicità e di afflizione, egli entra in una condizione al di là della gioia e del dolore, nel quarto assorbimento che è purificato dalla equanimità e dalla attenzione. Questa è lo Retta Concentrazione”.

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Commento

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Meditazione della Consapevolezza

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Vediamo che questi ultimi due punti dell’ottuplice sentiero hanno a che fare con la pratica meditativa.
Per quanto riguarda il brano sulla consapevolezza, può risultare un po’ complicato. Per ora ci basti sapere che esercizi come l’anapanasati (consapevolezza del respiro) o anche la camminata in meditazione, fanno parte di questo principio. Una pratica che comincia dal corpo, perchè esso è quell’aspetto della nostra persona con cui, in un modo o nell’altro, abbiamo maggiore dimestichezza; che continua con le sensazioni, per giungere alla mente e per concludersi nella contemplazione delle formazioni mentali. Su tutto questo torneremo con maggiore precisione più avanti.

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È in ogni caso importante sottolineare che la pratica della consapevolezza, come è indicato dal testo, va realizzata in uno stato di abbandono di desideri egocentrici, di brame, ecc.: “dopo avere superato le bramosie e le ambizioni del mondo”. Impossibile riempire un recipiente di una sostanza benefica senza un’operazione precedente di svuotamento.

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Pratica della Meditazione

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Veniamo quindi alla Retta Concentrazione. Durante la pratica approfondiamo sempre più questo stato originario di silenzio, di vuoto. Ma non c’è un solo silenzio: c’è in realtà una sempre più concentrata penetrazione in questo ‘pozzo senza fondo’. Il nostro centro resta sempre uno, ma la consapevolezza che abbiamo di esso si amplia sempre più.

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Gli Assorbimenti

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Allora ci sono vari ‘assorbimenti’: quattro ne vengono enumerati. Nel primo si vive una situazione piacevole, ma ancora la mente è dominata dai nostri numerosi pensieri discorsivi e concettuali. Continuando la pratica, unificando maggiormente la mente, pervenendo ad uno stato di quiete superiore, i discorsi mentali tacciono, spariscono e rimane la piacevolezza, il rapimento per ciò che stiamo provando: questo è il secondo assorbimento.

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Nel terzo assorbimento sparisce anche il rapimento stesso, considerato come elemento disturbante, squilibrante rispetto alla virtù di una attenzione equanime, benevolente, equilibrata ed elevata (cioè al di là dei moti burrascosi delle sensazioni). Il quarto e ultimo stadio è un approfondimento ulteriore del precedente: qui lo stato realizzato nella pratica si fa permanente, accedendo ad un livello al di là della dualità, degli opposti (bene-male, gioia-dolore, ecc.), nel quale tutto è attenzione, equilibrio, equanimità, concentrazione.

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Fonte: www.lameditazionecomevia.it

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Sebastiano

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LEZIONI DI BUDDHISMO: LE QUATTRO NOBILI VERITA’


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Prima lezione: le quattro nobili verità

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Basiamo le nostre lezioni su un discorso del Buddha, sicuramente il più importante e rappresentativo del suo insegnamento, e cioè il primo sermone che egli tenne dopo il suo risveglio. Il nome di questo testo è Dhammacakkapavattana-sutta, e cioè ‘Il discorso sulla messa in moto della Ruota della Dottrina’.

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LA RUOTA DELLA DOTTRINA

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“1. Così ho udito: una volta il Sublime dimorava presso Baranasi, a Isipatana, nel Parco delle Gazzelle.

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2. Allora il Sublime si rivolse al gruppo dei cinque bhikkhu: ‘Questi due estremi, o bhikkhu, deve evitare l’asceta; quali sono questi due estremi?

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3. Quello connesso ai piaceri dei sensi, basso, plebeo, da gente comune, volgare, dannoso; e quello dell’automortificazione, doloroso, volgare, dannoso. Entrambi questi estremi evitando, o bhikkhu, la via di mezzo realizzata dal Tathagata compiutamente Svegliato, apportatrice di chiara visione e di conoscenza, conduce alla calma, alla conoscenza trascendente, al risveglio, al nirvana.

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La Via di Mezzo

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4. E qual’è, o bhikkhu, questa via di mezzo realizzata dal Tathagata, che conduce alla calma, alla conoscenza trascendente, al risveglio, al nirvana? È questo nobile ottuplice sentiero, e cioè: retta visione, retta risoluzione, retta parola, retta azione, retti mezzi di vita, retto sforzo, retta consapevolezza, retta concentrazione. Questa, o bhikkhu, è la via di mezzo realizzata dal Tathagata, che conduce alla calma, al nirvana.

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5. Questa, o bhikkhu, è la nobile verità del dolore: la nascita è dolore, l’invecchiamento è dolore, la malattia è dolore, la morte è dolore; l’unione con quel che non si ama è dolore, la separazione da quel che si ama è dolore, il non ottenere quel che si desidera è dolore. […]

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6. E questa, o bhikkhu, è la nobile verità dell’origine del dolore: è quella sete che porta alla rinascita, quella sete congiunta al diletto e alla brama, che qua e là trova compiacimento, e cioè: sete di piacere, sete di esistenza, sete di non-esistenza.

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7. E questa, o bhikkhu, è la nobile verità della cessazione del dolore: è il totale annientamento della sete, la rinuncia, l’abbandono, la liberazione, il distacco.

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8. E questa, o bhikkhu, è la nobile verità della via che conduce alla cessazione del dolore: è questo nobile ottuplice sentiero, e cioè: retta visione, retta risoluzione, retta parola, retta azione, retti mezzi di vita, retto sforzo, retta consapevolezza, retta concentrazione”.

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Un breve commento

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Bene, prima di tutto alcune delucidazioni su certe parole. ‘Tathagata’ significa ‘il così-andato’ ed è un appellativo del Buddha. I ‘bhikku’ sono i monaci mendicanti della tradizione buddhista. ‘Nirvana’ – ovviamente – è la meta del cammino buddhista, la liberazione totale dai limiti dell’esistenza, la libertà ottenuta dall’estirpazione completa del desiderio egocentrico.

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Dunque, dal brano letto deduciamo che la via del Buddha parte dalla constatazione di un problema (l’esistenza del dolore: la prima nobile verità); prosegue nella individuazione della causa del dolore (la sete, il desiderio: la seconda nobile verità); continua prospettando la cessazione del dolore (l’eliminazione della sete: la terza nobile verità); conclude indicando il mezzo per ottenere la ‘guarigione’ dal dolore (l’ottuplice sentiero: la quarta nobile verità).

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L’Ottuplice Sentiero

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Sull’ottuplice sentiero torneremo la prossima volta. Ricordiamo solo l’ultimo elemento interessante presente in questo brano: l’insistenza sulla via di mezzo. La via buddhista aborre gli estremismi: né un ascetismo sterile e doloroso, né una concessione volgare all’istintualità, tanto naturale quanto fuorviante per un percorso di crescita interiore. Una via che oggi potremmo chiamare ‘moderata’.

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Sebastiano

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Fonte: www.lameditazionecomevia.it

LA VITA DEL BUDDHA


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BREVE DESCRIZIONE DELLA VITA DEL BUDDHA

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Bodhisatta

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“La priorità assoluta per tutti noi è la riduzione e infine l’eliminazione della sofferenza”

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Tre valori di grande importanza emergono dalla vita del Buddha:

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1) Rinuncia, 2) Amore e Compassione,  3) Saggezza.

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Insegnamenti Buddhisti

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Sono valori che risaltano evidenti in molti episodi della sua vita. Non è una coincidenza che questi tre valori, presi insieme, formino i requisiti essenziali per il raggiungimento del Nirvana o Illuminazione. Secondo gli Insegnamenti Buddhisti, ci sono tre afflizioni che causano una rinascita dopo l’altra nel ciclo di continue esistenze: Attaccamento, Avversione e Ignoranza. Queste afflizioni vengono eliminate con gli antidoti rispettivamente della Rinuncia, dell’Amore e Compassione e della Saggezza. Coltivando queste tre qualità il praticante è in grado di eliminare le afflizioni e raggiungere l’Illuminazione. Non è quindi un caso che queste qualità siano un’importante caratteristica della vita del Buddha Shakyamuni.

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la Rinuncia

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Diamo un’occhiata ad ognuna di queste qualità separatamente, cominciando con la Rinuncia. Come avvenne per l’Amore e la Compassione, i primi segni di rinuncia si manifestarono molto presto nella vita del Buddha. La Rinuncia è essenzialmente il riconoscimento che ogni tipo di esistenza è permeata dalla Sofferenza. Quando lo si capisce, si arriva a ciò che potremmo chiamare un’inversione di tendenza: la realizzazione che tutta la vita normale è permeata di Sofferenza ci porta a desiderare qualcosa di più o di diverso. E’ precisamente per questa ragione che la Sofferenza ha il primo posto nell’elencazione delle Quattro Nobili Verità ed è sempre per questo che il chiaro riconoscimento della sua realtà e universalità è l’essenza della Rinuncia.

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La vita è permeata di Sofferenza

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Si narra che a 7 anni il principe Siddhartha abbia partecipato alla cerimonia annuale dell’aratura. Mentre osservava lo svolgimento della cerimonia, il giovane vide che un verme, dissotterrato dall’aratro, veniva divorato da un uccello. Questo incidente indusse Siddhartha a contemplare la realtà della vita, a riconoscere il fatto inevitabile che tutti gli esseri viventi si uccidono a vicenda per sopravvivere e tutto ciò è una grande fonte di sofferenza. Troviamo che fin da bambino il Buddha aveva già cominciato a riconoscere che la vita, come la conosciamo noi, è permeata di sofferenza.

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Continuando a scorrere la narrazione della vita di Siddhartha, ci imbattiamo nel famoso episodio in cui le quattro cose che vide lo spinsero a rinunciare alla vita di famiglia per intraprendere quella ascetica, alla ricerca della Verità. La vista di un vecchio, di un malato e di un cadavere lo portò a chiedersi come mai si sentisse così sconvolto da quella vista. Evidentemente anche lui non era immune da quello ed era quindi soggetto all’inevitabile successione di vecchiaia, malattia e morte. Questo riconoscimento sviluppò nel principe un senso di distacco per gli effimeri piaceri del mondo e lo stimolò a ricercare la verità ultima sull’esistenza attraverso la rinuncia.

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E’ importante ricordare a questo punto che la rinuncia del principe non fu provocata da quel tipo di disperazione che si può sentire nella vita normale. Egli godeva per quei tempi dei massimi privilegi e della più grande felicità; eppure riconobbe la sofferenza inerente in ogni essere senziente e capì che, per quanto uno indulgesse a ogni tipo di piacere sensuale, alla fine avrebbe dovuto comunque affrontare la realtà della vecchiaia, della malattia e della morte. Una volta capito ciò e spinto dalla quarta visione, quella di un asceta, Siddhartha si decise a rinunciare alla vita famigliare e a cercare la verità ultima per il beneficio di tutti gli esseri viventi.

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Amore e Compassione

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Ora guardiamo alle sue qualità di Amore e Compassione, che si manifestarono anch’esse molto presto nella vita del Buddha. L’esempio più bello è l’episodio del cigno ferito. Le biografie ci dicono che il principe e suo cugino Devadatta stavano passeggiando nel parco che circondava il palazzo reale, quando Devadatta colpì e abbatté con l’arco e le frecce un cigno. Entrambi i ragazzi corsero verso il luogo in cui era caduto il cigno, ma fu Siddhartha che, correndo più veloce, raggiunse per primo il luogo. Il giovane principe raccolse in grembo l’uccello ferito e cercò di alleviarne la sofferenza. Devadatta reagì con rabbia, insistendo che il cigno apparteneva a lui in quanto era stato lui ad abbatterlo. I ragazzi portarono la questione davanti al saggio di corte, che decise di assegnare il cigno  a Siddhartha, poiché la vita appartiene a colui che la difende e non a chi la distrugge.

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In questa semplice storia abbiamo un eccellente esempio della precoce manifestazione di un atteggiamento di Amore e Compassione da parte del Buddha, atteggiamento che si preoccupa di incrementare il più possibile la felicità altrui e alleviarne le sofferenze. Anche in seguito, dopo la sua Illuminazione, il Buddha continuò a manifestare in modo straordinario queste sue qualità, come ad esempio, nell’episodio in cui il Buddha si assunse la cura del monaco Tissa che soffriva di un male talmente disgustoso che gli altri monaci lo sfuggivano. Il Buddha volle ammonirli con il suo esempio e curava e puliva personalmente il corpo malato e imputridito di Tissa, alleviandogli in tal modo la sofferenza.

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La Saggezza

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Infine soffermiamoci sulla qualità della Saggezza, la più importante delle tre, essendo commensurata all’Illuminazione stessa. E’ la Saggezza che alla fine apre la porta verso la libertà ed è la Saggezza che elimina l’ignoranza, la causa principale della sofferenza. Si sa che anche se uno taglia tutti i rami di un albero e perfino il suo tronco, ma non toglie le radici, l’albero ricrescerà di nuovo. Allo stesso modo, anche se uno abbandona l’attaccamento per mezzo della rinuncia e l’avversione per mezzo dell’amore e compassione, questi è probabile che sorgano di nuovo finché non si elimina l’ignoranza attraverso la saggezza.

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Saggezza e Meditazione

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Il modo principale per ottenere la Saggezza è la Meditazione. Di nuovo, c’è un episodio nella vita del futuro Buddha che mostra la sua precoce abilità nel concentrare la mente. Secondo quanto si narra nei racconti della sua vita, subito dopo l’incidente del verme e dell’uccello durante la cerimonia dell’aratura, il principe sedette sotto un melo e lì spontaneamente cominciò a meditare, raggiungendo il primo livello di assorbimento, concentrando la mente sul processo del respiro. E’ questa la prova di una precoce esperienza meditativa nella vita del Buddha.

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In seguito, quando lasciò la famiglia e andò alla ricerca della verità ultima, una delle prime discipline che sviluppò fu la Meditazione. Si racconta che l’asceta Gotama (così veniva chiamato in quei sei anni in cui si sforzò di raggiungere l’Illuminazione), studiò con due famosi maestri di meditazione, Alara Kalama e Uddaka Ramaputta. Sotto la loro guida imparò e divenne esperto in varie tecniche di concentrazione della mente.  E’ molto probabile che i due maestri di cui si parla nelle sue biografie fossero esponenti di un’antica tradizione di meditazione e di concentrazione mentale.

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Gotama Buddha abbandona i suoi primi Maestri

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Eppure l’asceta Gotama lasciò i due maestri perché scoprì che la sola meditazione non poteva porre fine in modo permanente alla sofferenza, anche se poteva temporaneamente alleviarla. Questo è un fatto importante perché, sebbene gli insegnamenti del Buddha attribuiscano molta importanza alla pratica dello sviluppo mentale, chiaramente in linea con la tradizione della civiltà della valle dell’Indo, egli trascese gli angusti traguardi della sola meditazione e introdusse una nuova dimensione nell’esperienza religiosa. E’ questo che distingue gli insegnamenti del Buddha da quelli di molte altre scuole indiane, particolarmente di quelle che, in un modo o nell’altro, comprendono pratiche di yoga e di meditazione.

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In poche parole, ciò che differenzia il Buddhismo dalla tradizione contemplativa dell’induismo e di altre religioni, è il fatto che per il Buddhismo la sola meditazione non è sufficiente. Potremmo dire che per il Buddhismo la meditazione è come fare la punta a una matita. Lo facciamo per uno scopo, diciamo per scrivere. Allo stesso modo con la meditazione rendiamo più acuta la mente per uno scopo preciso e in questo caso lo scopo è la Saggezza.

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Meditazione + Saggezza = Illuminazione

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Il Buddha mise in pratica questa scoperta la notte della sua Illuminazione. Poi, è scritto, concentrò la mente, la unificò, la rese flessibile con la meditazione, la diresse verso la comprensione della vera natura della realtà e comprese la verità. Quindi si può dire che l’Illuminazione del Buddha sia stata la conseguenza dell’unione di Meditazione e Saggezza.

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La Via di Mezzo

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Ci sono anche altre dimensioni di saggezza, esemplificate nella vita del Buddha. Una di queste è la comprensione della Via di Mezzo. Il concetto di Via di Mezzo è centrale nel buddhismo e ha vari livelli di significato; non possiamo analizzarli qui tutti, ma una cosa va detta subito: Il più importante significato della Via di Mezzo è l’evitare gli estremi di compiacimento nei piaceri sensuali da una parte, e la tortura del corpo dall’altra. Questo aspetto fondamentale della Via di Mezzo è illustrato nella vita del Buddha, da quanto fece e sperimentò lui stesso.

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Inutilità della mortificazione del corpo

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Prima di rinunciare alla vita di famiglia, Siddhartha godette di una gran quantità di lussi e piaceri sensuali. In seguito, quando divenne un asceta alla ricerca della verità, passò sei anni a praticare ogni sorta di privazioni fisiche e di auto-mortificazione. Infine comprese l’inutilità di queste pratiche come anche la vanità della sua vita precedente. In tal modo scoprì la Via di Mezzo che evita i due estremi.

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Ci sono naturalmente molti altri importanti episodi nella vita del Buddha che varrebbe la pena riportare e discutere, ma ho scelto di concentrare l’attenzione solo su questi pochi elementi, semplicemente perché dobbiamo cominciare a guardare alla vita del Buddha come ad una lezione di condotta e pensiero e non solo come ad una biografia contenente un certo numero di nomi e luoghi. Così possiamo apprezzare gli atteggiamenti espressi nella carriera di Shakyamuni. In questo modo, diventa possibile avere una maggiore e più genuina intuizione sul vero significato della vita del Buddha.

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Estratto dal Libro

“LE FONDAMENTA DEL BUDDHISMO”

di Peter D. Santina

Traduzione di Silvana Ziviani

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“Il principio della Sapienza è l’AutoControllo”

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Sebastiano

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BUDDHISMO – VERIFICARE OGNI VERITA’


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LE FONDAMENTA DEL BUDDHISMO

L’Illuminazione del Buddha

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“La priorità assoluta per tutti noi è la riduzione e infine l’eliminazione della sofferenza”.

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Punto primo: Verificare ogni verità da dovunque venga.

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L’importanza di verificare la verità facendo ricorso alla propria esperienza personale. E’ un punto che il Buddha chiarisce in modo inequivocabile nel consiglio che dà ai kalama, riportato nel Kesaputtiya Sutta. I kalama erano una comunità di cittadini molto simile alla gente di oggi, esposta a varie, diverse e spesso opposte versioni della verità. I Kalama andarono dal Buddha e gli chiesero come dovevano giudicare la verità delle affermazioni, spesso in conflitto tra loro, esposte dai vari maestri spirituali. Il Buddha li consigliò di non accettare nulla solo sulla base di una presunta autorità, di non accettare nulla solo perché scritto nei testi sacri, né di accettare alcunché sulla base della pubblica opinione, né perché sembra ragionevole e neanche per rispetto verso il Maestro. Arrivò fino al punto di consigliarli di non accettare neppure i suoi stessi insegnamenti, senza prima verificarne la verità attraverso la loro esperienza personale.

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Il valore dell’esperienza personale

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Il Buddha chiese ai Kalama di comprovare qualsiasi insegnamento alla luce della loro esperienza personale. Solo quando avessero capito da soli che certe cose erano dannose, avrebbero dovuto cercare di eliminarle. Viceversa, solo quando avessero capito da soli che certe cose erano benefiche, che portavano alla pace e alla tranquillità, avrebbero dovuto coltivarle. Anche noi dobbiamo giudicare la verità di ciò che ci viene insegnato alla luce della nostra esperienza personale.

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Il Metodo di insegnamento del Buddha

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Nel suo consiglio ai Kalama penso che si possa vedere chiaramente la dottrina del Buddha che insegna a basarsi su se stessi per giungere alla conoscenza. Dobbiamo usare la nostra mente come una specie di provetta personale. Tutti possono vedere da soli che quando c’è bramosia e rabbia nella mente, queste portano agitazione e sofferenza. Alla stessa stregua quando bramosia e rabbia non sono presenti nella mente, ne risulta calma e felicità. E’ un esperimento personale molto semplice che tutti noi possiamo fare. E’ molto importante verificare la validità degli insegnamenti alla luce della propria esperienza personale, perché l’insegnamento del Buddha sarà efficace e porterà un vero cambiamento nella nostra vita, solo se faremo noi personalmente questo esperimento, in modo che gli insegnamenti diventino parte di noi. Solo quando potremo verificare la verità degli insegnamenti del Buddha sulla base della nostra esperienza personale, saremo certi di progredire sulla via che porta all’eliminazione della sofferenza.

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“Anche se la scienza ci ha insegnato a costruire città migliori,

autostrade, fabbriche e fattorie,

non ci ha però insegnato a costruire gente migliore”.

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Estratto dal Libro

“LE FONDAMENTA DEL BUDDHISMO”

di Peter D. Santina

Traduzione di Silvana Ziviani

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“Il principio della Sapienza è l’AutoControllo”

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Sebastiano

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